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Gioco e Socializzazione: il bambino cieco nel mondo dei pari

Per il bambino cieco la scuola rappresenta una nuova forma di vita sociale, all’interno della quale egli può incontrare e confrontarsi con diversità di vario genere: psicologiche, culturali, sociali e caratteriali.

I bambini sono spesso aperti e capaci naturalmente di accettare la diversità, spontaneamente inclini ad accogliere l’Altro nella propria genuina condizione.

Per il bambino cieco non è semplice intrattenere delle relazioni all’interno del gruppo classe: non riconoscendo e comprendendo i movimenti, la gestualità e la mimica dei compagni potrebbe essere facilmente escluso dalle dinamiche sociali condivise. Tale esclusione può provocare in lui sentimenti di inferiorità o di incapacità, oltre che di emarginazione.

Tramite il gioco, però, i bambini ciechi possono comprendere l’esistenza concreta degli altri, il cui comportamento interferisce con il proprio: le regole del gioco, il loro riconoscimento e mantenimento sono di fondamentale importanza al fine di comprendere le regole sociali, le dinamiche relazionali e per creare delle amicizie. Tramite il gioco il bambino cieco apprende inoltre le regole e le dinamiche del gruppo, il rispetto del turno e del ruolo di ognuno, competenze essenziali per lui anche negli altri contesti di vita.

Il gioco inoltre consente al bambino cieco di verificare la sua possibilità di essere con gli altri, di stare e convivere, dunque di conoscere e di conoscersi.

Esperienze di gioco nelle quali il bambino non vedente ha la possibilità di sperimentarsi e di sentirsi come gli altri (per esempio giocando a “mosca cieca”, bendando cioè anche altri membri del gruppo e facendo si che cerchino e acchiappino reciprocamente, guidati dal solo suono della voce) alimentano e fondano la sua autostima e sostengono lo strutturarsi della sua personalità.

Nelle situazioni di gioco il bambino non vedente potrebbe essere limitato dall’impossibilità di imitare i comportamenti o i movimenti dei compagni, comprensibili solo attraverso un atto consapevole ed intenzionale di sostegno fisico e concreto da parte di un Altro individuo, motivazione che si attiva nello stare insieme agli altri, nello sperimentare relazioni sicure e nel sentirsi accettato dal gruppo.

Un fondamentale ambito di sviluppo del bambino cieco è quello dell’identificazione con gli altri compagni: tramite il contatto con loro, il bambino si convince di poter fare le loro stesse cose, trovando motivazione e fiducia in sé stesso (Conte Oberto, Paschetta, 1983).

Il bambino non vedente, stimolato dalla relazione con i compagni che stima e in cui ha fiducia, potrà diventare più coraggioso e sperimentare tutte le esperienze possibili, rendendosi consapevole dei suoi limiti e delle sue risorse.

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Cecità e Ipovisione: riconoscimenti giuridici e legislativi.

La vista rappresenta circa il 90% della percezione dell’essere umano e l’esserne privi comporta delle conseguenze significative in tutti gli ambiti quotidiani di vita dell’individuo. È proprio per questo motivo che, tra le varie categorie di disabilità, i ciechi sono stati i primi ad avere un intervento legislativo di tutela, nel 1948, che assicurava loro un assegno mensile di mantenimento e sostegno.

In quel periodo furono create diverse leggi che riguardavano la tutela e la difesa di questa particolare categoria di disabilità: le “Disposizioni in materia di assistenza ai ciechi civili” (632/1954, la L. 66/1962 e la L. 382/1970), le “Disposizioni per la prevenzione della cecità e per la riabilitazione visiva e l’integrazione sociale e lavorativa dei ciechi pluriminorati” (L. 284 del 28 agosto 1997) che hanno consentito l’apertura di Centri Riabilitativi per problemi legati alla vista e l’inserimento dei non vedenti all’interno del mondo del lavoro; altri Decreti Legge specializzavano la funzione e il ruolo dei suddetti centri.

Nel 2001, per la prima volta, la cecità viene suddivisa in categorie di gravità, atto che concesse una conseguente differenziazione in termini di sostegno economico e un riconoscimento sociale ai differenti tipi di patologia e di individuo non vedente; in questa suddivisione venne incluso il soggetto ipovedente che fino a quel momento non veniva considerato cieco, né parzialmente cieco.

La legge n.138 del 2001 inserisce, inoltre, nelle categorie di gravità chi ha perso la visone periferica, cioè la capacità di percepire gli oggetti al limite del campo visivo. Tale legge ha portato il Consiglio Superiore di Sanità a considerare non più adeguata la classificazione di cieco assoluto (come sancita dalla legge n. 382 del 1970) e a definire la legge 138/2001 “innovativa e scientificamente adeguata, in quanto in questa valutazione si tiene conto sia dell’acutezza visiva centrale che del campo visivo, due elementi che, se alterati, possono invalidare la funzione visiva in modo differente per gravità”. Così il Ministero della Sanità sancisce, nello stesso anno, che tale legge debba essere utilizzata come riferimento in tutti gli ambiti medico-legali che valutino un danno a carico del sistema visivo. Dunque, viene definito cieco civile l’individuo non vedente totale o parziale le cui caratteristiche siano espresse nella categorizzazione della legge n.138 del 2001.

Il criterio valutativo medico-legale che sancisce la presenza della cecità è un residuo visivo non superiore a 1/10 con correzione ottica. Se il residuo visivo è compreso tra lo zero assoluto e 1/20; l’individuo rientra nella categorizzazione di cieco civile, mentre se il residuo visivo è compreso tra 1/20 e 1/10 stabilisce la categoria di invalido civile (ipovedente).

La condizione di cecità può essere provocata da molti tipi di patologie, alcune presenti fin dalla nascita, altre acquisite, altre accidentali. Sono ben noti i casi di cecità dovuti ad episodi di guerra (ciechi di guerra) o ad episodi accidentali che conducono alla perdita della vista. Più spesso, il problema visivo è presente fin dalla nascita e, nella maggioranza dei casi, può essere diagnosticato ed operato precocemente. Altre volte è un problema genetico che può manifestarsi in qualsiasi età e per il quale c’è poco da fare.